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E' morto a Miami Nam June Paik. Tra i padri della videoarte
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lunedì 30 gennaio 2006 |

Stamattina è arrivata finalmente la lavatrice nuova a riportare un raggio di civiltà nel caotico magazzino dada della zia rRose... ma non è di questo che voglio parlare.
Uscita dal lavoro più tardi del previsto (nonostante l'ingresso anticipato e il permesso accordato di uscire prima) rRose ha aspettato un tempo infinito il suo autobus e, scesa a Largo di Torre Argentina, si è precipitata in un batter di ciglia, trafelata e con la cotonatura sobbalzante, fino a piazza Colonna, dove il Cupo era in attesa. A passi lunghi, per via del Corso coi suoi negozi ormai in chiusura, la pioggia scintillante sull'asfalto e sui marcipiedi, via Frattina, piazza di Spagna, via del Babuino. Via Margutta numero 3. Alla Galleria Margutta Arcade c'è il vernissage della mostra di Amanda Lear, dal titolo "Dialettica e apparente contraddizione". Rrose e Cupo accreditati - ci voleva l'invito per questo "aperitivo-evento".
Il numero 3 di via Margutta è proprio alla fine della strada, in uno slargo cha forma una specie di "galleria" di negozi. Gente fuori - signore impellicciate, una coppia etero che si basa, qualche frociona coi capelli svolazzanti, vecchiume vario. Bicchieri sparsi - il brindisi è offerto da Carpenè Malvolti. Le vetrine della galleria sono subito dietro la calca della gente.Rrose e Cupo sono arrivati con due ore di ritardo rispetto all'appuntamento ufficiale - del resto è da ingenui pensare di arrivare in orario - ma la cosa promette di andare avanti per un altro paio di orette e quindi va tutto bene; si sono persi, poverini, l'intervento di presentazione di un tale onorevole, ma non hanno dubbi di poter sopravvivere senza danni e senza affanni alla perdita.
Superati due doorkeeper nerovestiti - decisamente fuoriluogo - i vostri due amati vernissurfer si trovano a dover dimensionare la loro curiosità in uno spazio angusto e affollato. Alle pareti sono affastellate in maniera casuale e apparentemente senza un minimo criterio di esposizione. Una collezione di opere di stili assai vari e senza una coerente direzione estetica.
Al centro della stanza due enigmatici tavolinetti stile impero, bianchi con zampe di felino dorate sul pavimento di parquet di legno chiaro: sui due tavolini un guestbook e una piccola tela - un ritratto di Dalì, l'opera dalla fattura più accurata e per così dire calligrafica, non a caso scelta come immagine ufficiale per la comunicazione della mostra.
I riferimenti colti (o forse è meglio dire i modelli) sono molti e sono palesi: da De Chirico a Redon, da Matisse all'ovvio Dalì, da un certo sentore di Bacon all'eco di una figura di Modigliani, dall'ombra di un Guttuso a qualcosa di vagamente somigliante a Campigli. Un bel po' caotico, detto così, lo ammetto. Amanda Lear fa quadri. Non sempre questi quadri hanno un contenuto o vogliono veicolare qualcosa. Ancora peggio non sempre sembrano poter contempare un qualche meccanismo di significazione. Sembrano, molti, studi anatomici (nei quali spesso però la precisione anatomica difetta), astrazioni di corpi. C'è una sovrabbondanza di angeli - si, proprio angeli con le ali. Qualche scritta - lettere una dopo l'altra - a sottolineare in maniera ridondante qualcosa che non aveva bisogno di spiegazione. Un paesaggio pittorico di una banalità sconcertante. Da una persona che ha tanto vissuto ci si aspetterebbe di più, molto di più.
Non è ozioso ricordare che Amanda Lear ha trascorso una parte importante della sua vita (circa quindi anni) come regina alla corte di Salvador Dalì, frequentando il meglio del mondo mondano e della cultura tra gli anni '60 e gli anni '80. Si aggiunga che il sogno della sua vita è sempre stato non cantare o sfilare o fare tv, ma dipingere. Si tenga bene a mente che Amanda ha "studiato" con Dalì, dipinto accanto a lui nel suo studio. Si ponderi infine il fatto che Amanda Lear fa mostre in giro per il mondo dal 1980, anche se questa è la sua prima esposizione a Roma (e forse non è un caso...).
Rrose ha gustato molto la lettura di "La mia vita con Dalì", di Amanda Lear. Pur trovandolo inferiore ai racconti dei folli personaggi dell'entourage di Andy Warhol, racconti che la Lear si vede ha letto e digerito, rr si è appassionata e divertita all'autobiografia di Amanda.
Dopo il vernissage di stasera, pur conservando intatta l'ammirazione per la favolosa vita (e la favolosa fortuna!) di Amanda Lear, rRose si sente di poter affermare che non basta un libro che racconti di come siamo stati intimi con un certo pittore a fare di noi degli artisti.
(Per citare, a memoria e male, una poesia di Bukowsky: "Solo perchè ti ho chiavata 144 volte / sei diventata un critico letterario.")
Nell'ideazione e nella progettazione di un evento è fondamentale porsi la domanda: "la gente che farà? come userà questo dispositivo?"
Un evento deve avere nella sua struttura fondamentale inscritte le sue "istruzioni per l'uso" che devono aiutare il fruitore a collocarci, a capire il suo ruolo e a renderlo possibile. Il pubblico è il vero protagonista di un evento così come di un'opera d'arte. Un evento che non funziona è un'evento inutile: questo vuol dire che il pubblico non ha trovato la sua collocazione, perchè il meccanismo è stato male architettato o perchè, peggio ancora, chi ha pensato l'evento l'ha pensato come una scatola chiusa, come una casa vuota, senza pubblico e quindi senza completamento, una pura astrazione che non si lascia validare dall'uso.
Questa sera mi è capitato di capitare a un avento male architettato, nel quale il pubblico non riusciva a capire bene la sua funzione.