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lunedì, 30 gennaio 2006

Morto il padre della videoarte

E' morto a Miami Nam June Paik. Tra i padri della videoarte


lunedì 30 gennaio 2006
La foto che campeggia da domenica su www.paikstudios.comSi è spento ieri all’età di 74 anni, nel suo appartamento di Miami, in Florida, il grande artista coreano Nam June Paik. Considerato universalmente il padre della videoarte, Paik ha condotto per oltre cinquant’anni una ricerca a tutto campo sulle potenzialità artistiche dei nuovi strumenti tecnologici.
La sua formazione si era svolta in ambito musicale; nel 1949 lasciò la Corea a causa della guerra e si spostò ad Hong Kong e poi in Giappone. Studiò estetica, storia dell’arte e della musica all’Università di Tokyo, laureandosi nel 1956 con una tesi su Schönberg. Nel 1958 incontrò per la prima volta John Cage, personalità che influenzerà radicalmente la sua poetica, introducendolo alla mistica del caso e dell’indeterminato.
Dal 1963, anno della mostra Exposition of Music/Electronic Television a Wuppertal, fino al 2000, quando il Guggenheim di New York lo consacra definitivamente con la grande retrospettiva The Worlds of Nam June Paik, la ricerca dell’artista coreano è costellata di eventi e opere memorabili: dalle performance con la violoncellista Charlotte Moorman, ai video girati con la prima videocamera portatile, fino alla messa a punto dell’Abe-Paik synthetizer (1970), uno dei primissimi sintetizzatori video. Impossibili da elencare tutti i riconoscimenti tributatigli nei decenni da musei e istituzioni di tutto il mondo.
La forza della ricerca artistica di Nam June Paik va individuata nella capacità di fondere cultura occidentale e zen orientale, estetica pop e piglio avanguardista. Inoltre, la sua profonda comprensione della nuova società tecnologica –è sua l’espressione “information superhighway”- lo ha trasformato nel prototipo dell’artista nell’era dell’elettronica, influenzando intere generazioni di media-artisti.
Paik era rimasto parzialmente paralizzato nel 1996 a causa di un infarto; i funerali si svolgeranno nei prossimi giorni a New York, dove l’artista abitava fin dagli anni Sessanta.

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La mostra di Paik a Torino nel 2002
Paik in Toscana

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www.paikstudios.com 

[exibart]

postato da: rroselavy alle ore 20:42 | link | commenti (4)
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lunedì, 23 gennaio 2006

Match Point

Ieri sera, accompagnandosi a un bel ragazzo che fa lo scrittore, la zia e il cupo sono andati al cinema a vedere Match Point, l'ultimo film di Woody Allen. La moglie del protagonista ha una galleria d'arte, frequentata dall'ambiente dell'alta borghesia. Alcune scene del filn sono poi ambientate alla Saatchi Gallery e alla Tate Modern.
postato da: rroselavy alle ore 21:57 | link | commenti (8)
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mercoledì, 18 gennaio 2006

La zia, il Cupo e Amanda Lear

Stamattina è arrivata finalmente la lavatrice nuova a riportare un raggio di civiltà nel caotico magazzino dada della zia rRose... ma non è di questo che voglio parlare.
Uscita dal lavoro più tardi del previsto (nonostante l'ingresso anticipato e il permesso accordato di uscire prima) rRose ha aspettato un tempo infinito il suo autobus e, scesa a Largo di Torre Argentina, si è precipitata in un batter di ciglia, trafelata e con la cotonatura sobbalzante, fino a piazza Colonna, dove il Cupo era in attesa. A passi lunghi, per via del Corso coi suoi negozi ormai in chiusura, la pioggia scintillante sull'asfalto e sui marcipiedi, via Frattina, piazza di Spagna, via del Babuino. Via Margutta numero 3. Alla Galleria Margutta Arcade c'è il vernissage della mostra di Amanda Lear, dal titolo "Dialettica e apparente contraddizione". Rrose e Cupo accreditati - ci voleva l'invito per questo "aperitivo-evento".
Il numero 3 di via Margutta è proprio alla fine della strada, in uno slargo cha forma una specie di "galleria" di negozi. Gente fuori - signore impellicciate, una coppia etero che si basa, qualche frociona coi capelli svolazzanti, vecchiume vario. Bicchieri sparsi - il brindisi è offerto da Carpenè Malvolti. Le vetrine della galleria sono subito dietro la calca della gente.Rrose e Cupo sono arrivati con due ore di ritardo rispetto all'appuntamento ufficiale - del resto è da ingenui pensare di arrivare in orario - ma la cosa promette di andare avanti per un altro paio di orette e quindi va tutto bene; si sono persi, poverini, l'intervento di presentazione di un tale onorevole, ma non hanno dubbi di poter sopravvivere senza danni e senza affanni alla perdita.
Superati due doorkeeper nerovestiti - decisamente fuoriluogo - i vostri due amati vernissurfer  si trovano a dover dimensionare la loro curiosità in uno spazio angusto e affollato. Alle pareti sono affastellate in maniera casuale e apparentemente senza un minimo criterio di esposizione. Una collezione di opere di stili assai vari e senza una coerente direzione estetica.
Al centro della stanza due enigmatici tavolinetti stile impero, bianchi con zampe di felino dorate sul pavimento di parquet di legno chiaro: sui due tavolini un guestbook e una piccola tela - un ritratto di Dalì, l'opera dalla fattura più accurata e per così dire calligrafica, non a caso scelta come immagine ufficiale per la comunicazione della mostra.

I riferimenti colti (o forse è meglio dire i modelli) sono molti e sono palesi: da De Chirico a Redon, da Matisse all'ovvio Dalì, da un certo sentore di Bacon all'eco di una figura di Modigliani, dall'ombra di un Guttuso a qualcosa di vagamente somigliante a Campigli. Un bel po' caotico, detto così, lo ammetto. Amanda Lear fa quadri. Non sempre questi quadri hanno un contenuto o vogliono veicolare qualcosa. Ancora peggio non sempre sembrano poter contempare un qualche meccanismo di significazione. Sembrano, molti, studi anatomici (nei quali spesso però la precisione anatomica difetta), astrazioni di corpi. C'è una sovrabbondanza di angeli - si, proprio angeli con le ali. Qualche scritta - lettere una dopo l'altra - a sottolineare in maniera ridondante qualcosa che non aveva bisogno di spiegazione. Un paesaggio pittorico di una banalità sconcertante. Da una persona che ha tanto vissuto ci si aspetterebbe di più, molto di più.

Non è ozioso ricordare che Amanda Lear ha trascorso una parte importante della sua vita (circa quindi anni) come regina alla corte di Salvador Dalì, frequentando il meglio del mondo mondano e della cultura tra gli anni '60 e gli anni '80. Si aggiunga che il sogno della sua vita è sempre stato non cantare o sfilare o fare tv, ma dipingere. Si tenga bene a mente che Amanda ha "studiato" con Dalì, dipinto accanto a lui nel suo studio. Si ponderi infine il fatto che Amanda Lear fa mostre in giro per il mondo dal 1980, anche se questa è la sua prima esposizione a Roma (e forse non è un caso...).

Rrose ha gustato molto la lettura di "La mia vita con Dalì", di Amanda Lear. Pur trovandolo inferiore ai racconti dei folli personaggi dell'entourage di Andy Warhol, racconti che la Lear si vede ha letto e digerito, rr si è appassionata e divertita all'autobiografia di Amanda.
Dopo il vernissage di stasera, pur conservando intatta l'ammirazione per la favolosa vita (e la favolosa fortuna!) di Amanda Lear, rRose si sente di poter affermare che non basta un libro che racconti di come siamo stati intimi con un certo pittore a fare di noi degli artisti.
(Per citare, a memoria e male, una poesia di Bukowsky: "Solo perchè ti ho chiavata 144 volte / sei diventata un critico letterario.")

postato da: rroselavy alle ore 23:58 | link | commenti (4)
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martedì, 17 gennaio 2006

I cinque Klimt a zonzo

postato da: rroselavy alle ore 23:29 | link | commenti
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venerdì, 06 gennaio 2006

Nell'ideazione e nella progettazione di un evento è fondamentale porsi la domanda: "la gente che farà? come userà questo dispositivo?"
Un evento deve avere nella sua struttura fondamentale inscritte le sue "istruzioni per l'uso" che devono aiutare il fruitore a collocarci, a capire il suo ruolo e a renderlo possibile. Il pubblico è il vero protagonista di un evento così come di un'opera d'arte. Un evento che non funziona è un'evento inutile: questo vuol dire che il pubblico non ha trovato la sua collocazione, perchè il meccanismo è stato male architettato o perchè, peggio ancora, chi ha pensato l'evento l'ha pensato come una scatola chiusa, come una casa vuota, senza pubblico e quindi senza completamento, una pura astrazione che non si lascia validare dall'uso.

Questa sera mi è capitato di capitare a un avento male architettato, nel quale il pubblico non riusciva a capire bene la sua funzione.

postato da: rroselavy alle ore 02:53 | link | commenti (2)
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martedì, 03 gennaio 2006

Biblioteca d'Arte

postato da: rroselavy alle ore 16:02 | link | commenti
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