mercoledì 22 giugno ORE 22 - DIONISO PARTY

::exibition::
Fernanda Veron
Giada Berti
Claudio Di Carlo
Rafael Vanegas
::sounds::
Angelini e Liotta
Mr Diana selezioni musicali
LOST'N FOUND - Roma via dei Sabelli 2 (San Lorenzo) - Ingresso 1 euro
Info: dionisoparty@yahoo.it
n.d.rR. : Andatevi a vedere i lavori della mia amica Fernanda Veron, che merita!
Una inesauribile fonte di curiosità e segnalazioni interessanti su arte, illustrazione, design e visualia. Aggiungetelo ai preferiti, please.
Tom "censura" Katie. L'attore si è opposto alla proposta ricevuta dalla giovane attrice di interpretare Edie Sedgwick in Factory Girl.
Tom Cruise chiede a Katie Holmes di rifiutare la parte in Factory Girl perchè non vuole che la sua nuova fidanzata abbia a che fare con le droghe, neanche sullo schermo. L’attore più amato di Hollywood non ha paura di rendersi ridicolo e afferma di essere contro ogni tipo di droga, non solo nella realtà, ma anche nel mondo della finzione. Così vuole Scientology, la setta fondata da L. Ron Hubbard, di cui Tom Cruise è fanatico.
Il film Factory Girl è basato sulla vita di Edie Sedgwick (ruolo affidato a Katie Holmes), la giovane ereditiera che ebbe relazioni con Andy Warhol e Bob Dylan. Edie divenne un’icona delle avanguardie newyorchesi negli anni ’60 e fu la superstar della "factory", lo studio di Andy Warhol. Il film ricostruisce la sua storia, portando sugli schermi anche numerose scene di sesso, per illustrare la breve vita della ragazza che mori a soli 28 anni per oversode di barbiturici. Katie Holmes ubbidirà a Tom Cruise, cioè a Scientology, oppure, dopo una gran risata, deciderà di proseguire la sua carriera d’attrice accettando la parte? (fonte: glamour)

E anche noi non possiamo non sostenere la campagna FREE KATIE. Tom, lascia libera Katie. Prendi rRose!!
Venerdì pomeriggio, dopo un salto all'università per vedere LoFaro e fotografare stencil e tempo infinito trascorso da Mel BookStore, rRose, in camicia azzurrina, è andato in Centro, a via Margutta, passando per piazza di Spagna, con la sua fedele macchina fotografica al polso.
Una passeggiata tutta sola in centro rRose non se la concedeva da tanto. Cammina cammina, la vecchia rRose giunge in via Margutta, dopo aver occhieggiato le vetrine e i boni che al caso piaceva offrire ai suoi poveri occhi arrossati. Via Margutta avanti e dietro... sembra un luogo senza tempo. E anche le gallerie sembrano senza tempo.
Con una puntualità che le si addice meno che il rosso a Elettra, zia rRose va al vernissage della mostra "Paradiso Perduto" del calabrese Salvatore Smorto, alla galleria Il Monogramma, attirata dai per nulla velati riferimenti all'omosessualità e al bdsm nei lavori dell'artista, alla sua prima mostra in assoluto. Si intrattiene in cortesi chiacchiere con il responsabile delle relazioni esterne della galleria che, sollecitato sull'argomento, ci tiene a precisare che però "Smorto non è gay".
Dopo aver guardato e registrato tutto e tanto sorriso, che da sobrio nn ti viene mai bene (la zia sta cercando di non bere), rRose trotta a Testaccio, fotografando fotografando, dritto all'Alibi, dove fervono i preparativi per l'inaugurazione di MuccaShake, la nuovissima serata estiva di autofinanziamento del Circolo di Cultura Omosessuale "Mario Mieli". Serata che avrà un bel successo e risulterà essere molto divertente, nonostante il fresco che Roma ha deciso di regalarci.
Ah, quasi dimenticavo. E' finalmente online il nuovo sito dei Kool Hunters, l'osservatorio romano sulle tendenze della comunicazione e del consumo, di cui zia rRose è una fondatrice...
Feticismi, street-art e avatar in una sera di quasi estate
Oggi pomeriggio la vostra rRose, stanca di non studiare e di non scrivere le cose che dovrebbe, è andata in palestra dopo due settimane. Finito il suo allenamento, sarebbe dovuta correre all'appuntamento con Zaelia Bishop e Fernanda Veron da Mondo Bizzarro alla presentazione della rivista trimestrale "Il Feticista", dalla quale zia rRose era mooolto incuriosita. Ma così non è statp. Stanco dell'allenamento, rRose ha oziato per casa e leggiucchiato e mangiato una cosa. Alle 19.30 è uscita di casa. Alle 20.10 è arrivata all'appuntamento, con quasi due ore di ritardo. Naturalmente la presentazione con performance era già finita, ma stando ai depressi racconti di Zaelia rRose può affermare che non è stata una gran perdita. Zaelia e Fernanda, che fumavano una sigaretta fuori, accompagnano la zia per un brevissimo giro all'interno, dove si tiene una mostra di non-so-chi, giusto il tempo di aggunatare un numero della rivista, sfogliarlo e rattristarsi. Fuori, andando verso la macchina, i tre si sono intrufolati in un altra galleria poche porte dopo, il tutto mentre a MACRO si svolgeva l'inaugurazione di tre cose, tra cui una mostra di Tom Wesselmann. Parlando male del "Feticista", i tre sono saliti sulla Zaelia-mobile e si sono diretti in quel di San Lorenzo, per l'appuntamento col Cupo//EasySqueezy.

Insieme sono stati a quella che a parere unanime è la mostra più interessante che Roma abbia offerto negli ultimi mesi (accanto alla meraviglia di Jenny Saville - n.d.rR.). ESC - Atelier Occupato, a via dei Reti, ospita per un mese la mostra degli stencil di -sten-, accanto ai lavori di altri street-artist romani. La zia ha un debole per la street-art, soggetto di innumerevoli foto che spesso pubblica anche nella rubrica dell'arte del magazine su cui scrive.

Dopo lo stupore e la meraviglia, rRose, Zaelia, EasyCupo e Fernanda hanno lautamente banchettato in una pizzeria al taglio di fronte e, accompagnata Fernanda a Trastevere, dopo mille giri strani, si sono recati al Rialto, al Ghetto, all'ennesima presentazione del n. 5 di Avatar. Arrivati tardi, hanno perso l'intervento della Gravano, ma hanno sentito la sempreamata Valeriani e il divertentissimo De Kerkhove che ha chiuso i lavori, commentano allegramente come comari in compagnia di Vladimir in splendida forma. Finale con acquazzone.
Orlan AfroPrecolombiana Digitale Ibridata
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L’estetica della mutazione si fa in alcuni casi arte mutante che opera direttamente sul corpo dell’artista. Così è per Orlan, dai “Mesurages” degli anni ’70, in cui il corpo trascinato per terra veniva usato come metro per misurazioni di spazi urbani, fino ad arrivare alle celeberrime operazioni chirurgiche che dal 1990 in poi l’hanno impegnata nell’inveramento dell’ “arte carnale”. Nel lavoro di Orlan il corpo dell’artista è un corpo in fieri, mostrato nella performatività della metamorfosi, reso cosa pubblica, elemento discorsivo. La modificazione del corpo e il lavoro sull’identità mettono in discussione i pilastri occidentali del paradigma conoscitivo fondato sul principio della visione. Primo fra tutti, frana via il concetto di bello, lasciando il posto alla possibilità dell’ibridazione, della complessificazione, delle eccezioni che fuoriescono dalle rigidità di schemi e regole. La relatività del concetto di bellezza e le possibilità del suo superamento sono un tema caro, per ovvie ragioni, all’arte di Orlan, da sempre centrata sull’inesausta riscrittura di autoritratti contro l’obbligo di una identità codificata. In particolare, dal 1998 Orlan (in collaborazione con Pierre Zovilé) porta avanti “Selfhybridation”, un lavoro a partire dalla ricerca delle trasformazioni del corpo presso altre culture e popolazioni. In opere digitali e installazioni video interattive, Orlan ibrida l’immagine del suo corpo: così i primi piani dell’artista, elaborati con photoshop, si modificano secondo i modelli e i canoni estetici di maschere e sculture precolombiane e africane. Deformazioni del cranio e del volto, strabismo, allungamento del collo sono elementi di sperimentazione di un modello di bellezza e perfezione lontanissimo dai tradizionali canoni occidentali. Le tecnologie di elaborazione digitale dell’immagine ampliano e teatralizzano le possibilità della modificazione corporea, realizzando un’inedita fusione di culture. Il lavoro dell’artista annulla distanze nel tempo e nello spazio, dando vita a un qui e ora fluttuante che rende illimitate le possibilità espressive dell’identità. Ibridazione di sé come produzione infinita di avatar: Orlan mette in moto un meccanismo in cui le alterità coesistono e si compenetrano, si permeano a vicenda, non essendo più pensate come realtà opposte o escludenti. E l’ibridazione tra culture elabora la soluzione di un conflitto, forse, e rende virtuosa una globalizzazione dell’esperienza culturale intesa nel senso più ampio possibile, almeno nella dimensione eccezionale dell’arte e del corpo dell’artista. Ma, se possiamo concederci la breve parentesi di una critica, quello che è il culmine della grazia rischia di essere anche il limite: nella misura in cui questa esperienza continua a pensarsi come eccezionale, quasi avanguardistica, non potrà far transitare il suo potenziale salvifico su chiunque lo voglia.
L’ultima produzione di Orlan è ospitata fino al 30 giugno presso la galleria milanese B&D in una mostra a cura di Francesca Alfano Miglietti (FAM) che presenta, attraverso un allestimento di grande suggestione e fascino, il miracolo dell’apparizione del corpo dell’artista. Può una mostra costruire un evento fuori dall’ordinario e suscitare meraviglia e stupore? La risposta è che può e, anzi, deve. L’unico modo per fruire quest’arte è infatti non mortificare le opere contro una parete bianca, ma liberarne il potenziale nell’accoglienza di un dispositivo che abbracci il visitatore nell’esplosione e nell’esteriorizzazione dei meccanismi che a esse sottendono. E questo lo sa bene la Galleria B&D e lo mette in pratica mostra dopo mostra, evento dopo evento, portando avanti dal 1997 un discorso sul nuovo umanesimo, ovvero sui cambiamenti della percezione dell’uomo in relazione alla sua identità, al corpo e all’ambiente, in conseguenza dei mutati scenari tecnologici, mediali, sociali.
Milano - B&D Studio, Via Calvi 18. Fino al 30 giugno. Info: 02/54122563. www.bnd.it
Nel sole di Roma a piazza del Quirinale a metà pomeriggio ieri una banda militare suonava. Prima che i desideri ci confinassero nelle pieghe della notte buia e frondosa, EasySqueezy e io ci siamo messi in fila per la mostra "I capolavori del Guggenheim" alle Scuderie Papali al Quirinale.

Non c'è niente da fare. Non ho difese per schermarmi dal fascino che su di me esercitano i lavori di Picasso pre-cubista. E poi quel delizioso piccolo Dalì (io da poco ho letto l'autobiografia di Amanda Lear dei suoi anni col baffuto) e Yves Tanguy e Delvaux con la sua "Aurora".

Cordialmente antipatico Leger e il coccodrillo di Merz, spaesato. Troppa gente e un Warhol grande e verde del 1986 con le sedie elettriche arancioni di vent'anni prima. Il "Naso" di Giacometti e Arp e Brancusi, l'uovo mistico e divino che per anni giovani in me è stato l'emblema di rarefatta purezza e perfezione. E un mobile di Calder, enorme, sulla nostra testa all'inizio del percorso espositivo, che poi è anche la fine.