Martedì nel tardo pomeriggio zia rRose, in gessato blu, pantaloni militari, scarpe verdi e un fiocchetto al collo, scendeva col suo bel tram per viale di Trastevere telefonando a una serie di amici. Il risultato delle telefonate è stato che Zaelia Bishop sarebbe venuto, accompagnato dalla fedele Fernanda, Franco invece no.
Dopo aver aspettato a piazza Colonna che EasySqueezy uscisse dal lavoro, intrattenendomi come un flaneur frocio e ciondolante tra Zara, Jam e Ricordi, ci siamo presi sottobraccio, una Superstar Dj e una vecchia zia dadà, ombrelli alla mano come su una macchina da cucire perchè minacciava di piovere, e ci ciamo incamminati per le vie del centro verso la Galleria Il Ponte Arte Contemporanea. La nuova sede della Galleria, inaugurata il giorno prima da una manciata di vip e dall'incomprensibile presenza di Fabio Volo, come attesta il sito di Dagospia, è uno spazio di 300 metri quadri a via di Monserrato. Noi, a braccetto, ci recavamo all'inaugurazione della mostra di Floria Sigismondi e Matteo Basilè (eh si, signori, Il Ponte ha inaugurato per ben due volte in due giorni!).
Dopo un lungo giro che la dice lunga sul nostro senso dell'orientamento siamo finalmente arrivati a destinazione. Come ho avuto già modo di dire altrove in questo blog, le inaugurazioni si riconoscono subito, a partire dalla gente che staziona fuori dalla porta, in strada, con il classico bicchiere di vino tra le mani. C'era un po' di ressa all'ingresso e tra quelli che ci ostacolavano il passaggio non ultimo era da notare un giovane bono in giacca scura
La “Giungla generale” di Gilbert & George
Sono la coppia gay più famosa dell’arte contemporanea e da più di trentacinque anni Gilbert & George lavorano sulle possibilità di essere una “scultura vivente”. In mostra a Roma un’opera “scultorea” dei primi anni Settanta: 23 pannelli disegnati che ritraggono gli artisti, come novelli Adamo ed Eva (o forse Adamo e Adamo), al centro della giungla dell’arte contemporanea.
“The General Jungle or Carrying on Sculpting” è il titolo di un’opera di Gilbert & George esposta per la prima volta nel 1971 presso la Sonnabend Gallery di New York. Si compone di 23 disegni di grandi dimensioni (280 x 315 cm circa), realizzati a carboncino su carta intelata, tecnica abbastanza inusuale per i due artisti, sperimentata all’inizio degli anni Settanta in una serie di “sculture a carboncino su carta”. I disegni ritraggono parchi londinesi, scenario ideale all’interno del quale Gilbert & George sono in posa, in una rievocazione della pittura paesaggistica inglese di epoca romantica e alludendo ironicamente alla rappresentazione di una coppia primordiale, Adamo e Eva entrambi uomini in un’Eden cittadino. “The General Jungle or Carrying on Sculpting” ha un’origine fotografica: l’opera, infatti, nasce da una serie di diapositive (“The Nature Photo-Pieces” del 1971), proiettate sui fogli e tracciate in carboncino. I disegni, concepiti nel loro insieme come un’opera scultorea, sovvertono le aspettative dello spettatore abituato ai lavori fotografici e performativi di Gilbert & George. Ognuno dei disegni è accompagnato da frasi che sintetizzano la filosofia dei due artisti, il loro modo di intendere la vita in una totale identificazione con l’arte. L’opera, che ha una struttura narrativa lineare, è leggibile come un testo nel susseguirsi delle immagini e come un manifesto programmatico attraverso i titoli di ciascuno dei disegni. Un manifesto artistico radicale per gli anni e il contesto in cui l’opera veniva presentata, in chiara contrapposizione all’arte concettuale allora dominate. “Formalmente l’opera è di facile accesso”, scrive Paolo Colombo nella nota critica del catalogo, edito da Electa nella collana Opera DARC, “perfettamente conseguente con la filosofia degli artisti secondo cui l’arte deve parlare direttamente alla gente della loro vita, e non della loro conoscenza dell’arte. La struttura dell’opera semplifica il progetto artistico di Gilbert & George: i fogli monumentali, nei quali gli artisti appaiono quasi in dimensioni naturali, sono come grandi mappe che indicano la strada del loro sentire”.
La serie di disegni anticipa tematiche che ricorreranno nella successiva produzione fotografica di Gilbert & George: l’introduzione di testi sotto forma di titoli, il grande formato ottenuto dall’accostamento di più pannelli, l’aspetto narrativo e sequenziale delle opere. Il ciclo, ricomposto nel suo insieme per la prima volta in Italia, è stato ospitato al MaXXI - Museo Nazionale delle arti del XXI secolo di Roma fino all’8 maggio. Il primo disegno di questa serie, inoltre, intitolato “As Day Breaks over Us We Rise into Our Vacuum”, è stato acquistato da MaXXI ed è entrato a far parte delle collezione permanete del museo.
Gilbert & George, che quest’anno rappresenteranno la Gran Bretagna alla 51esima edizione della Biennale di Venezia, sono attivi in Inghilterra dal 1967. Gilbert, di origine italiana, e George, inglese, incontratisi alla St. Martin’s School of Art di Londra, importante fucina di talenti, da allora sono inseparabili, sia nell'arte che nella vita. Nella loro ricerca artistica, giocata soprattutto sulla performance, hanno spesso fatto uso di video, fotografia e disegni. Dalle fotografie in bianco e nero degli anni ‘70 sono passati, nei primi anni ‘90, ad aggiungere alle loro immagini un’ampia gamma di colori brillanti. “Art for all” è il credo fondamentale di tutto il lavoro di Gilbert & George, volto alla produzione di un’arte democratica, di ampio spettro comunicativo, che infranga le barriere tra arte e vita, indagando la condizione umana nel profondo, anche e soprattutto in relazione a tematiche quali il sesso, le differenze razziali, la religione e la politica. Per Gilbert & George l’arte non deve bandire nessun argomento e non deve avere tabù. Convinti che gli artisti debbano spendersi e sacrificarsi personalmente per ciò che producono, Gilbert & George intervengono nelle loro opere sotto forma di rappresentazione o partecipazione fisica come “sculture viventi”, come nel 1969 si sono dichiarati.
(fonte: Aut magazine, maggio '05)
Giovedì sera sono stato con Easysqueezy alla Galleria STOP per il primo One Night Event, con videoproiezioni di Mario Greco, un ragazzo non troppo alto e riccioluto che si aggirava per la Galleria parlando con tutti e che si è sorbito senza battere ciglio anche gli sproloqui di Massimo, che non so se venivano dal fatto che se fosse già ubriaco o se ormai il dondolio dinoccolato dell'alcol faccia parte del suo modo di essere. Sproloqui su una presunta - e non sto a dirvi quanto presunta - influenza warholiana sui video di Greco, il ragazzo in camicia rossa e riccioli neri. Sproloqui infarciti di "refrain" e altre parole senza senso.
Ma procederei con ordine, se non fossi solo la vecchia zia che sono. Franco Giordano era già lì, quando l'ho chiamato era nell'ascensore della Galleria. Mi sarei aspettato che fosse in compagnia di Giuseppe, quello che fa sculture di transessuali, ma era solo. Arrivati, accolti dal bianco ancora nuovo delle pareti del quarto piano affacciate su Largo di Torre Argentina, notiamo il fatto che c'è poca gente. Curiosiamo e poi inciampiamo in Franco, solite chiacchiere - lui è stato il protagonista dell'ultima mostra da STOP. Parliamo di mostre e progetti e persone assenti e presenti. Il vino è poco ed è rosso. Poi Franco ci introduce nello studio, dove c'è la gente giusta, come qualcuno di mia conoscenza direbbe, perchè io saluti Marziani, che è impegnato in una chiaccheirata con non so chi, seduto alla scrivania. Scherziamo un po' su Franco e su Aut e poi complimenti reciproci, solite cortesi formalità. Poi - sublime meraviglia - ci fermiamo a parlare - vero inter-mezzo - nel corridoio che conduce dallo spazio espositivo, aperto al pubblico, all'ufficio, il sancta sanctorum. E la porta tra i due spazi è aperta e noi siamo in mezzo. Chi deve transitare tra le due dimensioni deve passare attraverso noi. Salima ha la sua solita aria un po' spaurita, il corpo nel solito atteggiamento di remissione, il sorriso come di scusa. Direi che è bella, in un certo modo che non so. Ha un vestito chiaro, a fiori forse, di tessuto leggero. I capelli tinti. Passa Lucifero e guarda noi fermi a dire inezie. E' malizioso.
Poi torniamo nelle sale espositive. Arriva Paolo Bielli con addosso una shirt Versace che non è sua, dice, accompagnato da Massimo, che ondeggia come ho raccontato prima, all'inizio del post. Parole vuote, arrotolate, ma allegre. Paolo è molto sexy e questa non è una novità. Compare anche Gianni, quell'inquietante individuo della mostra alla Galleria Santa Cecilia e Paolo ci dice sottovoce che pare che sia un poliziotto e ce lo riferisce come se fosse una stranezza. E io, dal canto mio, la percepisco come tale, anche se non saprei spiegare perchè.
La scena si fa confusa e così pure il racconto. Vino. Io e Easysqueezy siamo stanchi, incrocio a quattro di noi con Paolo e Franco, mentre quest'ultimo deve andare via, ed è un incontro strano. E poi andiamo via anche noi, scendendo in ascensore con Massimo e Gianni, mentre Paolo resta su. Fuori dal portone c'è il ragazzo più bello della sera, che noi decidiamo stesse lì ad aspettarci.