PARIGI - Furto di valore dalla casa d'aste Tajan di Parigi. E' stato trafugato un dipinto di Pierre Auguste Renoir, "Testa di ragazza", per un valore di 200mila euro. Il quadro doveva essere messo all'incanto giovedi'. (Agr)
Credevate, dopo le "pasquinate" romane e i nasi rossi sui manifesti di Berlusconi, di sapere tutto sul connubio tra street art, detournamento e contestazione politica? Beh, allora guardate QUESTO!
Senza aspettare il suo consenso, rubo ad Agònia la segnalazione, che è proprio adatta a essere ospitata qui nel mio magazzino dadaista.
TRAVESTITE STRAORDINARIE
Da Madonna a Candy Darling. Da Candy Darling a Madonna. La celebrità come citazione, artificio, postproduzione. Dalle Superstar di Andy Warhol alla popstar di oggi per eccellenza, disposta a tutto - dicono le voci - pur di interpretare una di loro.
Chi era Candy Darling? Candy Darling è stata una delle Superstar della Factory di Andy Warhol. L’idea di Superstar nasce nel fermento culturale della New York degli anni ’60, di cui Warhol fu uno dei motori, da una matrice culturale pop e dall’esperienza del cinema underground. Nel suo personale approccio al cinema, Andy, affascinato dal mito di Hollywood, si è inventato una nuova forma di celebrità, che fosse molto di più di qualsiasi cosa Hollywood avesse mai prodotto. Alle star dell’industria del cinema Andy sostituì le Superstar della sua Factory, che non impersonavano altro che se stesse, in film che rappresentavano semplicemente la quotidianità dell’entourage di Warhol, ore di riprese a telecamera fissa, senza cambi di scena, plot essenziale, spesso inesistente. Sfogliando il fondamentale e illuminante libro “Pop. Andy Warhol racconta gli anni Sessanta” di Andy Warhol e Pat Hackett, da poco pubblicato in Italia da Meridiano Zero, si scopre che il passaggio dalle star alle Superstar fu idealmente rappresentato dal party “The Fifty Most Beautiful People” (1965). Nella descrizione della festa, Warhol mette a confronto Judy Garland e Edie Sedgwick e quest’ultima è ritenuta incarnare il nuovo ideale di celebrità pop. Edie è il prototipo della donna che Andy ama adulare, capricciosa e incapace di governare il proprio destino. Nella creazione delle Superstar si assottiglia fino a sparire il confine tra realtà e finzione. Perché la popolarità è un artificio. La Superstar non recita, è. Eccessiva, autodistruttiva, drogata, vistosa, volitiva, fragile, superficiale, nevrotica, prepotente.
Si possono identificare due generazioni di Superstar warholiane. Fino alla fine degli anni Sessanta la maggior parte delle Superstar femminili erano giovani ereditiere di famiglie facoltose: Baby Jane Holzer, Ultra Violet, Edie Sedgwick erano principessine annoiate in cerca di una facile e vuota popolarità, avviate verso una misera fine. Alla seconda generazione appartengono tre travestite straordinarie, di umili origini, intelligenti e vivaci: Holly Woodlawn, Candy Darling e Jackie Curtis. Candy e Jackie recitarono in Flash di Paul Morrissey, l’autentica forza creativa alla base delle pellicole di Warhol; Holly fu la star di Trash. I rifiuti di New York e, insieme, furono protagoniste di Women in Revolt. Nella sua autobiografia, pubblicata in Italia da Baldini Castaldi Dalai col titolo “Coi tacchi alti nei bassifondi”, Holly ricorda: “Essere una Superstar voleva dire essere come un’opera d’arte. Non che questo cosiddetto status sia mai stato in grado di pagare i conti. Sono stata fotografata da Scavullo e Avedon, ho folleggiato con gente ricca e famosa, sono stata blandita dai sovrani di Hollywood e presentata alla Regina Madre. Eppure vivevo grazie al sussidio di disoccupazione e mangiavo alle spalle di amici. Amici che saturavano il mio ego di lodi e mi dicevano che ero favolosa. Non potevo fare a meno di credere che queste stronzate da Superstar fossero vere, di essere davvero al di sopra degli altri miserabili che dipendevano dall’assistenza sociale in Avenue D. Dopotutto ero una star del cinema e avevo ispirato il successo di Lou Reed Walk on the wild side, una canzone che parla di esistenze così sfrenate ed eccentriche che io stessa stento a crederci.” Da poco a New York, vivendo in strada, tra beatnik, vagabondi dall’identità sessuale incerta e marchettari, Holly conobbe Candy, un diciottenne androgino che sarebbe diventato una leggenda dell’underground, la quintessenza della bionda di Hollywood, alla ricerca disperata di celebrità. Il suo vero nome era James Jr. e sua madre era ossessionata dalla passione per il cinema. Idolatrava le dive e aveva spinto il figlio a travestirsi per imitarle. James si identificò con esse al punto di credere di essere una di loro, cambiandosi il nome in Candy Cane. Taffy Tits Terrifik, una grassa drag queen che prendeva ormoni, nota anche come Taffy Tits Sarcastic, si trascinava dietro Candy per tutto il West Village dicendole: ‘Vieni, andiamo Candy, darling’. Taffy la chiamò ‘darling’ talmente spesso che quello diventò il suo nome.
Dagli schermi warholiani ai teatri off-broadway, al Max Kansan’s City ai party, ai vernissage, il trio di travestite straordinarie ha mostrato al mondo il fascino e l’artificiosità del mito, nutrito di eccessi e irriverenza.
Poi è stato il punk e il nichilismo, che ha aperto i vuoti necessari alla smaterializzazione e alla pura virtualità del corpo del divo negli anni ’80, di cui Michael Jackson e Madonna sono gli esempi più mirabili. E, dopo una carriera di trasformazioni e re-invenzioni, provocazioni e intelligenti scelte commerciali, Madonna vuole incarnarsi in Candy Darling. La notizia è rimbalzata dalle pagine dei giornali in blog, siti e forum. Madonna sarebbe disposta a lavorare gratis per interpretare la parte di Candy nel film sulla sua vita. La sua grande opportunità di rilanciarsi come attrice, ha sottolineato il tabloid inglese Sun.
E perché uno di personaggi più popolari della musica mondiale sarebbe entusiasta di interpretarne il ruolo? La risposta a questa domanda ci può dire qualcosa sul concetto di celebrità nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica. Una celebrità che vive di citazioni, “trasgenderizzazioni”, postproduzioni, falsi storici. Una celebrità che, per legittimarsi, fagocita i miti e le identità. Speriamo che sia un nuovo scenario di più meravigliose immaginazioni, provocazioni e trasformazioni e non un’ulteriore minaccia del sistema del consumo globale per privarci della libertà, della peculiarità, della irriducibilità a modelli culturali, sessuali, identitari costituiti.
(fonte: Aut magazine, aprile '05)
mercoledì 23 marzo 2005
Aveva 52 anni ed era di Amalfi, Bartolo Cuomo. Le sue creature -un po' bar, un po' salotti, un po' ristoranti, come il Santa Lucia- sono state per anni i punti di riferimento di quella Roma artistica (e narcisa) che non rinunciava assolutamente a passare la nottata nei vicoli circostanti Piazza Navona. Il Bar della Pace, negli anni Ottanta, era diventato grazie alla sua gestione minimo comun denominatore notturno per Enzo Cucchi come per Sofia Loren, per Gino de Dominicis come per Achille Bonito Oliva e per una giovanissima Monica Bellucci. Il miglior bar d'Italia secondo molti, con atmosfera complice e cameriere memorabili.
Cuomo è stato trovato morto in un lago di sangue -da una prima ricostruzione l'uomo già malato avrebbe avuto un malore e poi un'emorragia- dallo staff del suo ristorante Santa Lucia in Largo Febo tra le pareti piene di quadri della sua enorme collezione d'arte contemporanea e tra penombra che caratterizzava sempre i suoi locali.
[exibart]

Sembra una suggestione surrealista, un'opera di Dalì o forse di Yves Tanguy. Invece è un fotogramma del film "Lemony Snicket's. A Series of Unfortunate Events", uscito nelle sale italiane venerdì 18 marzo.
Un’ultima cena per chi tradisce

Gennaio 2005. Il Comune di Milano impedisce l’affissione della campagna pubblicitaria di Marithé e François Girbaud. Per la collezione primavera-estate 2005, la fotografa Brigitte Niedermair ha realizzato una versione al femminile dell’ultima cena di Leonardo. Gesù e undici apostoli sono impersonati da modelle e l’unico modello è ritratto di spalle, a torso nudo, nel ruolo di Giovanni. Un ironico ribaltamento della sacralità del dominio maschile che fonda la società occidentale. Il cartellone pubblicitario avrebbe dovuto essere esposto vicino al negozio del marchio, in zona Ticinese, durante le sfilate femminili. L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria lo censura perché è immorale fare simboli teologici oggetto di “parodia a fini commerciali”, offendendo in questo modo il credo cristiano.
Se alla pubblicità si addice la provocazione patinata e ironica, l’arte tiene per sé la possibilità di sovvertire l’ordine costituito, ponendosi come esperienza estrema di rifondazione dei miti, dei riti, delle culture.
La rappresentazione dell’ultima cena è, tanto nella teologia quanto nella storia dell’arte, un luogo denso di simboli. L'ultimo pasto di Cristo con gli apostoli è uno degli eventi culminanti del Vangelo, momento di amore universale, trasfigurazione di ogni banchetto e condivisione fraterna e, allo stesso tempo, momento dell’annuncio dell’imminente tradimento di Giuda e quindi prefigurazione di morte. L’ultima cena è il teatro nel quale Gesù afferma: “Questo è il mio corpo”. Per queste ragioni, nell’arte contemporanea la rappresentazione dell’ultima cena è stata trasformata in territorio di sperimentazione, di scandalo e eresia da parte di soggetti culturali deboli. Queste minoranze hanno elaborato artisticamente la necessità di una riappropriazione dell’ultima cena come un momento fondativo dell’appartenenza culturale. L’ultima cena, nell’arte contemporanea, è stato un luogo di negoziazione di senso, un luogo di esistenza delle minoranze, un luogo di visibilità. Il luogo dove affermare fortemente, con gli strumenti dell’arte: “QUESTO È IL MIO CORPO.” Un corpo glorioso.
1996. Renée Cox, nella sua ultima cena, appartenente alla celeberrima serie fotografica “Yo Mama’s”, ritrae se stessa nei panni di Gesù. È donna, nera, nuda. Non è casuale il fatto che Cox, agli esordi, sia stata una fotografa di moda. Perché, come dicevamo prima, nel passaggio tra moda e arte si compie un salto. E Renée Cox ha fatto quel salto. Nella sua ultima cena usa il suo corpo contro la discriminazione razziale e, più in generale, contro ogni forma di discriminazione. Un Cristo donna, un Cristo madre, vuole fondare un universo nuovo laddove cessa la necessità di usare le categorie, le trappole dei luoghi comuni, come strumenti per conoscere il mondo e rendere innocua la diversità.
2000. Nell’ambito delle iniziative per il World Pride di Roma, il Forte Prenestino ospita la mostra “Ecce Homo” della fotografa svedese Elisabeth Ohlson, tra enormi polemiche e furori integralisti cristiani. L’artista è autrice di un’ultima cena che affianca a un Cristo in tacchi alti dodici drag queen. È un Gesù gay, quello di Ohlson, e l’ultima cena è il culmine di una ironica e commovente rilettura degli episodi evangelici. La Ohlson ritaglia uno spazio di rivendicazione gay nel magma delle immagini normali e normative. Ricordandoci che il grimaldello che apre ogni gabbia culturale è l’ironia, quello spirito queer che riesce a trasformare l’offesa più dispregiativa in un modo di essere senza vergogna, nella possibilità di un nome nuovo per le cose che amiamo, che ci rappresenti dal momento in cui ce ne appropriamo. Perché nessuno scriverà la nostra storia, ci fornirà modelli culturali o ci lascerà un posticino al sole, se non saremo noi ad allestire il banchetto in cui mostrare alle nuove generazioni il nostro corpo, con tutti i suoi orpelli e le sue passioni.
(fonte: Aut magazine, marzo '05)
Rubati altri tre quadri di Munch in un albergo di Moss
Spariti il 'Vestito blu', un acquarello dipinto nel 1915, e due litografie: un autoritratto e un ritratto del romanziere August Strindberg

OSLO - Dopo il notissimo 'Urlo', sparito nell'agosto dell'anno scorso, altri tre dipinti del pittore norvegese Evdard Munch sono stati rubati stanotte da un albergo nel Sud della Norvegia. Si tratta di un'acquarello del 1915, 'Vestito blu', e di due litografie, un'autoritratto e il ritratto del romanziere August Strindberg. I ladri sono stati all'opera tutta la notte nell'hotel di lusso "Refsnes Gods" vicino alla cittadina meridionale di Moss.
"La perdita più importante è quella del 'Vestito blu'", spiega il proprietario dell'albergo, Vitar Salbuvik, che non ha voluto dire però qual è il valore del dipinto. Le tre opere fanno parte di una grande collezione di 400, detenuta dall'hotel.
Lo scorso 22 agosto, uomini armati e mascherati avevano rubato in pieno giorno nel museo di Oslo, di fronte a comitive di turisti, una versione dell'opera più famosa di Munch, "L'urlo" che mostra una figura umana atterrita e, sullo sfondo, un cielo sanguigno. In quell'occasione era stato portato via anche l'altro dipinto della "Madonna". Un furto rimasto irrisolto; da allora di quei due capolavori si sono perse completamente le tracce.
"L'Urlo" era divenuto il simbolo di un mondo ferito e spaventato dagli orrori delle guerra mondiali, dell'Olocausto, della bomba atomica. Munch ne aveva dipinto quattro versioni: un'altra era stata rubata e poi ritrovata dopo alcuni mesi nel 1994.
Il pittore norvegese è vissuto dal 1863 al 1944 e alcuni dei suoi lavori, come appunto l'Urlo e la Madonna sono troppo conosciuti - ritengono gli inquirenti - per essere venduti facilmente sul mercato dei collezionisti.
(7 marzo 2005 - fonte: repubblica.it)

Ritrovati i quadri di Munch rubati in un albergo
Il "Vestito blu", un acquerello dipinto nel 1915, e due litografie sono stati recuperati in serata dalla polizia norvegese
OSLO - Sono state recuperate in meno di 24 ore le tre opere di Edvard Munch sottratte la scorsa notte da un lussuoso albergo nel sud della Norvegia. Dopo il notissimo "Urlo", sparito nell'agosto dell'anno scorso, stavolta era toccato a di un'acquerello del 1915, "Vestito blu", e a due litografie, un autoritratto e il ritratto del drammaturgo svedese August Strindberg. I ladri sono stati all'opera tutta la notte nel lussuoso Hotel Refsnes Gods, vicino alla cittadina meridionale di Moss.
Le tre opere sono state ritrovate dalla polizia grazie a un'operazione nella regione di Oslo che ha portato all'arresto di diverse persone. Almeno due uomini si sono introdotti nell'hotel Refsnes Gods, vicino alla cittadina meridionale di Moss, in piena notte. Erano "sui vent'anni, capelli scuri, armati di una spranga" ha detto il capo della polizia investigativa Jan Pedersen riferendo la testimonianza di un dipendente dell'albergo che ha intravisto i due sconosciuti. A protezione delle opere, appese nella sala ristorante, non c'erano sistemi di allarme né una sorveglianza video.
Il proprietario dell'hotel, Widar Salbuvik, aveva lamentato "la perdita più importante", cioè il "Vestito blu", aggiungendo che i ladri erano probabilmente dilettanti, perché i pezzi non erano tra i più quotati nella collezione di 400 opere dell'albergo, che va da Munch ad Andy Warhol.
Uomini della polizia scientifica hanno perquisito l'albergo alla ricerca di impronte digitali e reperti utili alle indagini, che in meno di 24 ore hanno portato alla felice soluzione del caso. "Diverse persone sono state arrestate, alcune sono norvegesi, altre hanno origine straniera", ha detto stasera alla televisione Nrk il vicecapo della polizia di Oslo, Iver Stensrud, al termine dell'operazione nel corso della quale i quadri sono stati recuperati.
Non si sa però se abbiano subito danni, né se i ladri siano collegati con quelli che rubarono "L'urlo" e la "Madonna". Il responsabile della polizia ha sottolineato comunque di confidare che anche quel caso possa essere presto risolto, e che i due capolavori possano tornare presto in mostra nel museo della capitale norvegese in cui erano esposti.
Il 22 agosto 2004, uomini armati e mascherati rubarono in pieno giorno, di fronte a comitive di turisti, una versione dipinta nel 1893 dell'opera più famosa di Munch, che mostra un volto umano terrorizzato, la bocca spalancata per urlare sullo sfondo di un cielo sanguigno e opprimente. In quell'occasione fu portato via anche l'altro dipinto, una "Madonna".
"L'urlo" è divenuto il simbolo di un mondo ferito e spaventato dagli orrori delle guerre mondiali, dell'Olocausto, della bomba atomica. Munch ne aveva dipinto quattro versioni: un'altra era stata rubata e poi ritrovata dopo alcuni mesi nel 1994. Ma il furto dell'agosto scorso nel museo di Oslo è rimasto finora senza colpevoli; e dei due capolavori si sono perse completamente le tracce.
Il pittore norvegese - al quale sarà dedicata una grande mostra che aprirà giovedì prossimo nel complesso del Vittoriano e Roma - è vissuto dal 1863 al 1944, e ha prodotto circa 1.700 dipinti e migliaia di opere di grafica. Alcuni dei suoi lavori, come appunto "L'urlo" e "La Madonna", sono troppo conosciuti - ritengono gli inquirenti - per essere venduti facilmente sul mercato dei collezionisti.
Per "L'urlo" la quotazione è stimata dagli esperti attorno ai 75 milioni di dollari se fosse venduto a un'asta. Per la "Madonna" potrebbero essere pagati 15 milioni di dollari. Decisamente inferiori le stime per il "Vestito blu" - circa 160.000 dollari - e per le due litografie: l'autoritratto è valutato circa 500.000 dollari, il ritratto di Strindberg sui 320.000.
(7 marzo 2005 - fonte: repubblica.it)

SABATO 5 MARZO 2005
18.00 >> 20.30
CAMILLE ROSE GARCIA
CAVERN OF SORROW
OPENING
(sarà presente l’artista)
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Galleria
MONDO BIZZARRO
Via Reggio Emilia, 32 c/d
ROMA
www.mondobizzarro.net
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Durante l’opening e per tutta la durata della mostra
In distribuzione gratuita il nuovo numero di
STIRATO
postermagazine
DREAMS
www.stirato.net
Con un’intervista esclusiva e un poster originale dell’artista
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Oggi mi sono scordato che c'era la conferenza stampa della mostra i capolavori del Guggheneim. Ormai è tardi.